
Quando i prezzi dell'energia salgono, non tutti i territori italiani subiscono lo stesso contraccolpo. La risposta dipende da cosa producono, da quanta energia consumano e da quanto le loro filiere dipendono da petrolio, gas e derivati.
Per mappare questa vulnerabilità a livello del singolo comune, Civiqa e OpenEconomics hanno sviluppato l'Indice di Esposizione Energetica Comunale (EEI), un indice composito che incrocia la struttura occupazionale locale con i dati di intensità energetica settoriale e le tavole input-output di Eurostat.
Il risultato è una fotografia inedita del rischio energetico del sistema produttivo italiano, utile per capire dove le politiche industriali nazionali e regionali possono fare la differenza.
Ovviamente la dipendenza energetica di un'area industriale non è un problema di competenza comunale. I Comuni non fissano il prezzo del gas, non gestiscono le reti di distribuzione dell'energia elettrica e non negoziano i contratti di approvvigionamento delle grandi imprese. Eppure, l'analisi territoriale ha un senso preciso: la composizione del tessuto produttivo locale determina quanto ogni comunità è esposta agli shock energetici, sia in termini di occupazione che di competitività delle imprese.
Un'area dove il 40% degli occupati lavora in ceramiche e laterizi è strutturalmente diversa da una dove prevalgono le tecnologie informatiche. Il primo territorio assorbirà in modo amplificato ogni rincaro dell'energia; il secondo ne sarà quasi immune. Conoscere questa distribuzione è il primo passo per disegnare politiche di accompagnamento, transizione energetica e sostegno all'occupazione che siano effettivamente calibrate sui fabbisogni reali dei territori.
Il grafico seguente mostra i valori di intensità energetica per i principali settori industriali italiani, espressi in tonnellate equivalente petrolio per milione di euro di valore aggiunto. I settori in rosso sono quelli con rischio più elevato (oltre 300 toe/mln€), quelli in arancio presentano un rischio intermedio, mentre quelli in verde sono i meno esposti.
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Cemento, acciaio, chimica e ceramica dominano la classifica, con valori di intensità energetica tra 3 e 7 volte superiori a settori come meccanica ed elettronica. La chimica e la petrolchimica aggiungono a una già elevata intensità energetica un'altissima dipendenza diretta da materie prime oil & gas utilizzate non solo come combustibile, ma come input produttivo vero e proprio: resine, plastificanti, solventi.
Per arrivare a questa mappa, Civiqa e OpenEconomics hanno costruito un indice composito che combina due dimensioni distinte. La prima è la dipendenza da Oil & Gas (OG): quanta parte degli input intermedi di ciascun settore proviene da filiere petrolifere e del gas. La seconda è l'intensità energetica (EI): quanta energia viene consumata per ogni milione di euro di valore aggiunto prodotto. Entrambi gli indici vengono normalizzati su scala 0-1 e aggregati a livello comunale usando come pesi le quote occupazionali per settore NACE: in questo modo ogni comune riceve un punteggio che riflette fedelmente la propria struttura produttiva. Ma sapere quali settori sono più esposti è solo il primo passo. Il passo successivo è capire dove si concentrano, quante persone ci lavorano e cosa succede a quei territori quando i prezzi salgono. Ne parliamo nel secondo articolo di questo ciclo.