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Su 7.899 comuni, il 51,4% ha almeno un pericolo elevato tra frana, alluvione e sisma. L’analisi, costruita sui dati ISPRA e del Dipartimento della Protezione Civile, evidenzia che ogni pericolo segue una propria geografia: il sisma pesa sulle persone, le frane sui piccoli comuni delle aree interne, le alluvioni su pianure e città. E tra i 1.130 comuni sotto i 5.000 abitanti esposti a frana, 190 non hanno alcun progetto di messa in sicurezza dei versanti.
Sommare frane, alluvioni e sisma in un unico indice sarebbe fuorviante: i tre pericoli hanno cause e geografie diverse, e un valore unico nasconderebbe proprio l’informazione utile a chi deve pianificare la messa in sicurezza del territorio. Per ogni comune si osserva quindi, sui dati ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e del Dipartimento della Protezione Civile, quali pericoli superano una soglia elevata:
Pericolosità non significa rischio. Nella definizione di ISPRA, la pericolosità è la probabilità che un evento potenzialmente distruttivo si verifichi con una certa intensità in una data area e in un dato intervallo di tempo; il rischio è il danno atteso, che dipende anche dalla vulnerabilità e dall’esposizione di persone e beni. Questa analisi misura la pericolosità.
Nel complesso i comuni con pericolosità elevata sono 3.133 per il sisma, 1.280 per la frana e 719 per l’alluvione. Il quadro cambia però a seconda che si contino i comuni o le persone. Tra i comuni esposti a un solo pericolo, il sisma ne riguarda 2.200, con 22,2 milioni di residenti, il 37,5% della popolazione; la sola frana interessa 516 comuni ma appena 1,2 milioni di abitanti, perché colpisce centri piccoli; la sola alluvione 330 comuni con 3,7 milioni di abitanti, perché ricorre in pianure e città.
Un indicatore costruito sui residenti e uno costruito sui comuni portano quindi a ordini di priorità diversi. Scegliere quale usare è già una scelta di programmazione: dichiararla la rende difendibile. Le mappe che seguono mostrano il punto di partenza di entrambe le letture: i comuni che superano la soglia di pericolosità elevata, pericolo per pericolo.
I pericoli si sovrappongono meno di quanto si pensi. Tra alluvione e sisma non emerge un legame significativo, e le quote di residenti esposti a frana e ad alluvione si muovono quasi indipendentemente, con una correlazione di +0,08. I comuni con tutti e tre i pericoli sono appena 60.
Trattare un territorio come genericamente fragile rischia di indirizzare lo stesso tipo di intervento verso comuni con esigenze diverse. Per questo la serie legge i tre pericoli uno alla volta, a partire dalle frane.
I 1.280 comuni esposti a frana hanno un profilo preciso: il 75,2% si trova in aree interne e l’88,3% ha meno di 5.000 abitanti. È un pericolo diffuso tra molti enti piccoli più che concentrato in pochi centri popolosi.
La quota di comuni esposti a frana scende dal 26,5% tra quelli sotto i 1.000 abitanti al 2,7% tra quelli sopra i 20.000; per le alluvioni la direzione è opposta, dal 6,4% al 12,4%. Il risultato: i comuni sotto i 5.000 abitanti ospitano il 16,5% degli italiani ma circa il 42% di chi vive in area di frana.
Il pericolo si concentra quindi negli enti che, per dimensione, dispongono in genere di uffici tecnici più piccoli. Qui la capacità di progettare e rendicontare un intervento pesa quanto la disponibilità di risorse.
Tra i tre pericoli, frana e sisma sono l’unica coppia che tende ad andare insieme: il 53% dei comuni esposti a frana lo è anche al sisma, contro il 40% dei comuni italiani nel complesso, e la correlazione tra le quote di residenti esposti sale a +0,27. Dei 60 comuni con tutti e tre i pericoli, circa due terzi si trovano in due regioni, ma il fenomeno non riguarda solo il Sud:
Sono quasi tutti piccoli comuni (il più grande, San Felice a Cancello, ha 16.963 abitanti) e il 60% è in aree interne. Per questi enti il punto è cercare di tenere insieme nella stessa programmazione interventi di natura diversa: versanti, reticolo idraulico, edifici.
Per verificare se i progetti arrivano dove servono, sono stati incrociati tre insiemi di dati: i progetti delle politiche di coesione, quelli del PNRR e le opere registrate nel monitoraggio delle opere pubbliche (MOP). Il perimetro conta: l’assenza di un progetto in queste fonti indica che il comune non risulta tra i beneficiari censiti, non che sul suo territorio non si faccia alcun intervento, perché opere finanziate da altri canali o classificate diversamente potrebbero non essere rilevate.
Dei 1.130 comuni esposti a frana con meno di 5.000 abitanti, 940 (83,2%) hanno almeno un progetto di messa in sicurezza dei versanti nelle fonti considerate, mentre 190 (16,8%) non ne hanno nessuno.
I comuni scoperti si concentrano in quattro regioni, che insieme ne contano 130: Piemonte (58), Liguria (27), Toscana (26) e Valle d’Aosta (19). In rapporto ai comuni esposti, resta scoperto il 38% in Toscana, il 37% in Valle d’Aosta, il 36% in Liguria e il 33% in Piemonte; in Campania, all’opposto, tutti i comuni esposti hanno almeno un progetto.
Copertura non significa adeguatezza: la presenza di un progetto non dice se l’intervento è proporzionato all’esposizione. E la quota regionale è un indicatore di sintesi, mentre i 190 comuni sono un elenco nominativo: la scala utile per decidere resta quella comunale.
La fragilità del territorio non si legge con un numero solo, e per le frane la scala che conta è quella del singolo comune. I dati suggeriscono tre letture:
Portare questi indicatori nel DUP (Documento Unico di Programmazione) significa spiegare con i dati perché un intervento è programmato prima di un altro. Davanti a un organo di controllo o ai cittadini, è la differenza tra una priorità dichiarata e una priorità dimostrabile. Conta quale pericolo, non quanti. I prossimi capitoli della serie applicheranno la stessa lettura ad alluvioni e sisma.